Suite francese (note sui fatti di Parigi)

Com’era piccola e indifesa la nostra Parigi in bianco e nero di questi incredibili giorni, già, in bianco e nero come un vecchio film di Becker, i banditi, gli spari, le sirene spiegate, la paura, il sangue. I politici un po’imbambolati pur nella fierezza percepibile nella passeggiata di 150 metri che il Presidente ha fatto nell’ora più cupa dall’Eliseo a place Beauveau, sede del ministero dell’Interno, che sta proprio lì di fronte, quel ministero dove probabilmente molte cose non funzionano a dovere – un tempo, forse, la Suretè o la Police di Jean Gabin non si sarebbero fatta scappare una macchina con due assassini per mezza Parigi nell’ora di punta. Vedrà il giovane Valls che fare, il suo ministro dal cognome da frondista del Seicento Cazeneuve. Certo, l’impressione, anche dai fatti di questi giorni, è che l’attuale ceto politico francese sia pallido come quello della Terza repubblica. Speriamo di sbagliare.

Abbiamo visto la fuga, breve e un po’ridicola, dei banditi verso l’est campagnolo e poi minerario (non è troppo diverso dai tempi di Germinal) direzione Reims dalla fantastica cattedrale, e tutti i cronisti a ripetere è la zona dello champagne!, luoghi intrinsecamente deserti, quelli delle durissime sconfitte militari di due guerre mondiali – le pagine terribili de La Paura di Chevallier che Adelphi ha  pubblicato due anni fa – dove in qualche petit village c’è ancora il curato di campagna che tiene il suo nobile diario. Poi non si è capito bene, c’era stato un benzinaio con la sua “dritta” alla polizia, proprio come in un polar alla Lino Ventura, e quindi gli assassini erano tornati indietro, di nuovo verso Parigi, dopo aver umiliato “i nostri” che li cercavano invano sporcandosi le scarpe da città nei campi bagnati di rugiada.

Abbiamo visto la stamperia, i ragazzetti della scuola accanto che alla fine del dramma finalmente ridevano come tanti Jean Pierre Léaud dei 400 colpi, questo pezzo di Francia che è poi la vera Francia, la sua operosità, la sua normale, pacifica, civile  accettazione dell’esistenza. Poi c’è Parigi, qualche decina di chilometri più in là, l’aeroporto, quello grande, solenne, non quello “storico” e piccolo – Orly – questo è intitolato al Generale – chissà che farebbe, che direbbe oggi De Gaulle, di questa nuova guerra.

Mentre un altro killer si barricava in un piccolo market a Vincennes, dove c’è uno storico grande castello – nei secoli teatro di altri lugubri assassini, mi pare fra gli altri quello del duca d’Enghien – Vincennes con l’enorme parco, siamo ai margini di Parigi, il 12* arrondissement, che è accanto all’11*, quello dove tutto era cominciato, con la strage a Charlie Hebdo, fra la Bastille e quella Place de la Republique che in queste fredde serate parigine è  diventata una piazza Tahrir della protesta contro la morte, ci si andava senza che nessuno avesse detto di farlo. Charlie Hebdo  per tutti è sinonimo di pericolo potenziale per chiunque, sono quattro sillabe purtroppo diventate sinistre, come suonavano quelle di Pia-zza-fon-ta-na per la nostra generazione: gli assassini piombano dove e quando vogliono e si accaniscono su chiunque capìti a tiro. Magari domani non sarà così ma oggi è così. Le vignette staranno per sempre lì a ricordarcelo, anche se non ci piacciono.

La stradina di Charlie Hebdo è una traversa di boulevard Richard Lenoir, la lunga arteria che parte dalla Bastiglia, dove nacque la storia contemporanea, noto agli amanti di Simenon perchè lì vi aveva collocato l’abitazione del commissario Maigret, – e  quante volte abbiamo letto dei suoi rientri a casa dopo un’inutile notte di appostamenti e bicchierini di Calvados, e di mattinate piovose fino all’ufficio del Quai dès Orfevres. Con tocco umanissimo, ieri hanno cambiato il nome della fermata della metrò da Richard Lenoir in Je suis Charlie Hebdo: e dunque i nipoti dei nostri nipoti saranno costretti a sapere che molti anni prima c’era stato un gruppo di pazzi criminali, roba del passato, meno male che non hanno vinto, diranno – alla faccia di Houellbecq.

Parigi sotto pelle ribolle e ha paura. Non è certo la prima volta. I giovani musulmani di Saint Denis, a pochi metri dalla basilica dove giace il Re Sole, si guardano intorno per vedere se ci sono poliziotti, e questi fanno lo stesso per spiare le mosse dei giovani musulmani. E così in tutti i quartieri popolari. Il 18*, il 19* arrondissement, il nord di Parigi, Clignancourt, Pantin, la stessa area di Montmartre, la vecchia zona che ai tempi di Zola era la Goutte d’or, e oltre ancora le vere banlieues, cosa sono diventate, cosa diventeranno? Quanti  Petit soldat stanno nascendo – era un vecchio film di Godard sul fanatismo anti algerino di quel tempo? In un parco che sta in quella parte settentrionale di Parigi, su una collinetta – infatti si chiama Butte Chaumont – si è costruito il gruppo di assassini di Charlie Hebdo, ed  è veramente una coincidenza orribile che le Butte Chaumont le conoscessimo perchè ne parla Proust, era un luogo all’epoca fuori da Parigi dove le Fanciulle in fiore si incontravano, ridestando le gelosie paranoiche del protagonista della Recherche. Si potrebbe leggere nel passaggio assurdo dalla Fanciulle agli Assassini la lugubre metafora di questo tempo nel quale si umilia la civiltà, a sangue freddo, ma il solo scrivere di questo allucinante parallelismo accappona la pelle.

Nelle strade senza identità, quelle di cui parla Modiano, sui marciapiedi delle lunghe strade parigine ci si stringe nei cappotti, si torna a casa in fretta, si parla distrattamente. Non è l’ora della cultura, purtroppo. Eppure in Gide, che amava tanto il nord Africa, in Camus, algerino, ma non solo nelle loro pagine ci sono non dico risposte ma sollecitazioni a pensare, a capire. Forse la riscossa francese potrebbe ripassare (anche) di lì, ancora una volta dalla Ragione, che già salvò la Francia diverse volte, nel 1789, nel 1848, nel 1945… Bisogna crederci. La mano che decenni fa scrisse su un muro di Parigi “Viva Proust” voleva in fondo dire questo, se avessimo vernice e pennello e coraggio stasera lo scriveremmo anche noi, magari in una strada della collina dove si incontravano le Fanciulle in fiore.

 

 

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